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I disagi in età adolescenziale e l'impotenza dei genitori

Nella società di oggi, i disagi vissuti dagli adolescenti sono sempre più frequenti e assumono diverse connotazioni.
Non è raro il ritiro sociale di molti giovani che si chiudono in loro stessi, si allontanano dal gruppo dei pari e spesso arrivano anche ad abbandonare la scuola.

Molte ragazze iniziano, in età sempre più precoce, ad avere problemi di alimentazione: si va dalle grandi abbuffate, alla forte restrizione calorica, alla pratica del vomiting. Pur se in maniera meno frequente, anche alcuni ragazzi oggi soffrono di anoressia nervosa o di ortoressia (ossessione per il cibo salutare).

Purtroppo si stanno diffondendo rapidamente pratiche autolesionistiche di diversa natura: tagli su braccia e gambe, bruciature, ecchimosi sul volto e altre parti del corpo. E queste sono solo alcune...
Ma che cosa si cela dietro questi comportamenti? Spesso c'è un universo di emozioni difficili da gestire, il desiderio di affermare se stessi attraverso un presunto atto di forza e coraggio nel tentativo di vincere il senso di unadeguatezza. Talvolta la sofferenza fisica si presenta come una modalità per sedare il dolore psicologico. Un senso disperante di vuoto che, per essere colmato, induce ad atti reputati “eroici”. 

I genitori si ritrovano ad essere impotenti di fronte a questi drammi familiari. Il loro dolore è enorme nel sentire che non riescono a gestire una situazione che sembra sfuggire di mano. Ogni loro atteggiamento, ogni consiglio, ogni rimprovero, seppur fatto con amore, spesso appare, non solo inadeguato, ma addirittura controproducente. Tutto sembra remare contro e il mondo si ferma in una situazione di stallo e di dolore... Tutto ciò che si è seminato e profuso durante l'infanzia dei figli sembra perduto...

Un percorso psicologico può sicuramente aiutare. Ma quale può essere l'approccio psicologico più adeguato?
In questi casi, in cui bisogna agire tempestivamente, prima di un dimagrimento eccessivo, prima dell'instaurarsi di atti autolesivi ripetuti... la terapia strategica breve è ritenuta la "best pratice" per riuscire ad arginare situazioni drammatiche in tempi realativamente contenuti.

Se cerchi uno psicologo esperto in terapia strategica breve, mi puoi scrivere su:

rossana.dambrosio@ gmail.com

Costantemente connessi, possibili danni

Il fatto di essere eternamente iperconnessi, comporta un sovraccarico di informazioni che incide negativamente sulla memoria, oltre che sulla capacità di attenzione.

Il neuropsicologo Francis Eustache è uno dei più grandi studiosi contemporanei dei processi di memorizzazione.
Secondo F. Eustache, una pesante conseguenza dell’utilizzo sfrenato degli smartphone è data dalla enorme quantità di dati che immagazziniamo.
Essi generano in noi un sovraccarico cognitivo: lo sforzo mentale che il cervello deve affrontare è direttamente proporzionale alla quantità dei dati in ingresso. Tutto questo comporta un affaticamento che non è assolutamente trascurabile e, alla lunga, genera pesanti ripercussioni.

Troppi dati che vengono consultati e immagazzinati, in aggiunta alle sollecitazioni che avvengono in simultanea tra loro, aumentano la pressione psicologica e conseguentemente anche lo stress e i livelli di cortisolo.
Più stress, più perdita di concentrazione, più stanchezza mentale fino ad arrivare al rischio di depressione.
Secondo Francis Eustache, lo stress permanente potrebbe portare a una perdita della capacità mnemonica. La cosiddetta "rete di default", che è fondamentale per mantenere un alto grado di memoria, funziona solo quando il cervello è a riposo. Dobbiamo dunque evitare grosse sollecitazioni al cervello per far sì che lo stato della nostra memoria e le nostre capacità di memorizzare siano sempre ottimali.

Pare davvero difficile restare concentrati su una attività se ogni 75 secondi avviene un’interruzione data dall’uso del cellulare. Si stima che, sul luogo di lavoro, ci si fermi mediamente ogni 6 minuti per controllare la posta o i messaggi sullo smartphone.

Coloro che pensano di essere ‘multi-tasking’ – cioè si sentono pienamente in grado di gestire più cose contemporaneamente – rimarranno delusi dinanzi ai risultati di uno studio condotto dalla neuroscienziata Aurélie Bidet-Caulet

“Nel fare due cose in contemporanea, si riesce a farle entrambe piuttosto male, soprattutto quando si tratta di attività che si svolgono a brevissima distanza l’una dall’altra, sul piano della rete neurale”. Per esempio, quando si è in riunione e si scrivono messaggi mentre si cerca di prestare attenzione, non si svolge bene nessuna delle due cose.
 
La nostra capacità di attenzione funziona come un filtro. Se questo filtro viene intasato da troppe informazioni in entrata, che non sono pertinenti e ci tolgono il focus su ciò che stiamo facendo, è chiaro che si venga a generare un meccanismo disfunzionale. Da qui si svilupperà un disagio che purtroppo oggi è sempre più frequente, specialmente tra i giovani che non riescono più a fare meno dello smartphone in qualsiasi ora del giorno. E talvolta anche della notte...