PNEI come nuovo paradigma

Superato il vecchio approccio riduzionista, abbracciato l'approccio sistemico della psiconeuroimmunologia, anche la medicina ufficiale ritiene che il nostro stato di salute sia il frutto di un equilibrio derivante da una molteciplità di fattori. 
Il nostro corpo può funzionare come una macchina perfetta, quando il sistema nervoso, endocrino e immunologico sono messi nelle migliori condizioni, cosicché anche la nostra psiche possa trarne emozioni positive che a loro volta si riverberano sul nostro corpo fino al conseguimento di un equilibrio perfetto che origina armonia. Corpo e mente in stretta relazione si influenzano vicendevolmente e si coordinano come gli orchestrali durante una sinfonia.
Alla luce di quanto detto, possiamo affermare che oggi la PNEI sia divenuta il paradigma delle scienze della cura.

Quando sui fronti corpo o mente avviene qualcosa per cui cessa il coordinamento all’interno dei vari sistemi psico-neuro-endocrino-immuno, l’equilibrio si perde. E se questa situazione si potrae a lungo, i meccanismi di compensazione non reggono più e possono subentrare situazioni croniche infiammatorie fino ad arrivare a vere e proprie patologie.


Cure palliative e concetto di dolore totale

Cicely Saunders
Il termine “palliativo” in ambito medico viene spesso inteso come sinonimo di infruttuoso o anche a “effetto placebo”.
In realtà, tale aggettivo sta a indicare che la cura non agisce sulla causa della malattia (terapia eziologica), tuttavia si pone l’importante obiettivo di ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita del paziente.
Parlando di malattie per le quali la guarigione non è raggiungibile, va detto che in ogni caso inguaribile non significa incurabile e i pazienti hanno diritto a essere assistiti con professionalità affinché la loro sofferenza sia ridotta al minimo laddove non può essere eliminata del tutto.

A questo proposito va introdotto il concetto di dolore totale. L’artefice di questo è stata l’inglese Cicely Saunders, ex assistente sociale e infermiera, in seguito divenuta medico.

Il cavallo, simbolo di libertà e potenza, offre un ottimo rinforzo psicologico


Il cavallo è da sempre simbolo di libertà, potenza, gloria. 

Per la persona diversamente abile, il cavallo avvolto dal suo indiscusso fascino, assume un aspetto ancora maggiormente spettacolare, per le magnifiche prestazioni, le emozioni e l'affetto che sa offrire. 

Inoltre, l’altezza che viene raggiunta quando si cavalca e lo spostamento del cavallo nelle sue andature, aggiunge altri notevoli traguardi a questa esperienza così ricca di gratificazioni. 

Il cavallo si pone come un grande amico, che vuole bene, che aspetta e, soprattutto, che accetta la persona così com’è.

Attività a cavallo vuol dire armonia, autoaffermazione, abbandono a un benessere fisico diffuso, riavvicinamento all’ambiente naturale. Inoltre, è fondamentale la grande azione di rinforzo psicologico. 
Poche altre discipline rispondono in modo così positivo a tutte queste richieste.
Ma la cosa più importante è che l’attività a cavallo risponde perfettamente alla richiesta di “piacere del movimento”, sacrosanto diritto di ogni individuo.

Ciboterapia e nutraceuti nella medicina integrata

nutraceuti sono sostanze presenti negli alimenti in grado di svolgere un'azione benefica per la nostra salute sia in termini di prevenzione che i termini terapeutici.
IL termine nutraceuta è un neologismo che vuol racchiudere i concetti di nutrizione e farmaceutica.
Questo rievoca il famoso detto di Ippocrate, ritenuto tutt'oggi il padre della medicina.
"Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo".

Si chiamano alimenti funzionali i cibi che contengono i nutraceuti. 
I nutraceuti sono contenuti anche negli integratori alimentari. 

Ecco alcuni esempi di nutraceuti: le vitamine, gli oligoelementi, la carnitina, l'acido folico, gli acidi grassi polinsaturi essenziali (Omega 3 / Omega 6), ...

La terapia occupazionale per la riabilitazione

La terapia occupazionale, detta anche ergoterapia, utilizza il lavoro per riabilitare le persone, anche quelle con disabilità e problemi psichici.
La cosiddetta occupational therapy iniziò a diffondersi largamente negli Stati Uniti verso la fine della prima guerra mondiale, partendo dall’attività svolta dallo psichiatra Philippe Pinel alla fine del 1700 nei manicomi. 
Il primo centro riabilitativo fu quello fondato presso Bicêtre, dove secondo il suo pensiero il lavoro riabilitava le persone. Nel XX secolo si viene a creare la figura del terapista occupazionale.
Nel tentativo di umanizzare la cura dei malati psichici, il lavoro venne utilizzato come strumento terapeutico e tutt’oggi costituisce una delle principali risorse dei programmi di riabilitazione. 
Le basi dell’ergoterapia sono mediche, sociali e pedagogiche. Si applica a persone di tutte le età, le cui capacità d’azione sono calate a causa di malattie, lesioni o varie forme di disabilità. 

Ciboterapia: cibo per la cura e la prevenzione

Sempre di più si parla di stile di vita come fattore fondamentale per combattere l’invecchiamento, per restare in forma e per prevenire numerose patologie.
Vi propongo due pagine apparse su Vivacemente3 in cui si parla dello chef Giovanni Allegro e del prof. Franco Berrino, illustre oncologo che si occupa di scienze dell'alimentazione.
Quello che mangiamo è fondamentale anche nella lotta contro il cancro e per scongiurare il pericolo delle recidive.

Ludoterapia: in che cosa consiste e a chi si rivolge?

La ludoterapia, intende conseguire gli obiettivi di equilibrio interiore, superamento degli stati di ansia, miglioramento delle facoltà cognitive, attraverso un percorso che muove i suoi passi nell’ambito del gioco.
Questo approccio rappresenta una modalità in cui l’uso del simbolo grafico e del colore, la manualità, l’uso della parola scritta, il linguaggio verbale e quello corporeo vengono integrati e utilizzati come forme di espressione.
Tale tipo di approccio risulta piacevole e liberatorio; questi aspetti sono facilitanti non solo per i bambini, ma anche per gli adulti soprattutto nella terza età

Con la ludoterapia, infatti, gli anziani possono contrastare il declino cognitivo, esprimere le emozioni, alimentare i talenti, valorizzare la creatività.

L'affaticamento cronico, fibromialgia, malattia di Lyme

L’affaticamento cronico, la cefalea, la fibromialgia e la depressione, che in molti anni non trovano risposte, potrebbero essere imputabili al cronicizzarsi della malattia di Lyme.

La malattia di Lyme (borreliosi) è una malattia di origine batterica.
L’origine del nome della malattia si riferisce alla cittadina di Lyme, nel Connecticut, dove si verificò un’epidemia di questo male, segnalata a partire dal 1975, che si manifestò con un misterioso aumento dei casi di artrite, soprattutto infantile. 
L’artrite cominciava con eritemi cutanei sul torace, addome, dorso e natiche, che si ingrandivano fino a raggiungere una dimensione variabile tra i 10 e i 50 cm, mal di testa e dolori articolari.

La causa della malattia di Lyme è un batterio spiraliforme, la Borrelia burgdorferi, chiamata così in onore al suo scopritore, Willy Burgdorfer. Il batterio infesta le zecche, le quali con una puntura possono trasmetterlo all'uomo e ad alcuni animali. I luoghi nei quali è più facile contrarla sono le zone boscose e ricche di cervi, dal momento che queste rappresentano l’habitat ideale per le zecche.

Pur essendo una malattia di orgine batterica, in Italia è poco seguita dagli infettivologi. Il più grande esperto in Italia è il dermatologo Prof. Giusto Travisan della CLINICA DERMATOLOGICA presso l’Ospedale Maggiore di Triste (Piazza Ospitale 1).
Il Prof. Trevisan è recentemente andato in pensione e il suo lavoro è stato preso in mano dalla professoressa Iris Zalaudek, ma forse a causa dei tagli della sanità pubblica i pazienti affetti da Lyme vengono ricevuti solo uno/due giorni a settimana e ci sono poche disponibilità per curare le molte persone che considerano questo centro un polo di riferimento per tutta Italia e non sono per il Friuli Venezia Giulia.

Per questo motivo molti pazienti sono costretti a rivolgersi all’estero dopo anni pellegrinaggi attraverso vari specialisti per cercare di curare i diversi sintomi che questa malattia presenta nel corso degli anni.

Il problema non è grave quando si ha la consapevolezza di essere stati punti da una zecca. In questo caso l’animale va estratto con cautela mediante l’uso di pinzette, messo in un contenitore e portato ad analizzare in un centro infettivologico. Non tutte le zecche sono infette. Qualora la zecca risultasse infetta (dopo essere stata in contatto con cervi o roditori malati) essa diviene il vettore che porta il batterio Borrelia all’uomo. L’infezione non si trasmette da essere umano a essere umano, ci deve essere sempre un vettore. Il più comune vettore è la zecca, ma potrebbe essere anche il tafano, o il piccione e c’è chi sostiene che in tempi recenti (con l’aumentare della temperatura) anche la zanzara sia diventata portatrice.

"Gratitudine" a colazione - Oliver Sacks

Gratitudine è il titolo dell'ultimo libro di Oliver Sacks pubblicato da Adelphi (anno 2016).
Gli scritti raccolti in questo libro esprimono la gratitudine che Oliver Sacks ha voluto indirizzare ai suoi lettori che in tanti anni lo anno seguito appassionandosi alla sua forma di scrittura, unica nel suo genere ibrido tra saggio e romanzo.
Quelle di Gratitudine sono pagine vibranti di entusiasmo e vitalità nelle quali si rivela grande passione e urgenza narrativa. 
Riflettendo sulla sua vita da ottantenne, Sacks confida di percepire «non una riduzione ma un ampliamento della vita mentale e della prospettiva». Per questo desidera, nel breve tempo che gli resta anche a causa della malattia, «vivere nel modo più ricco, più intenso e più produttivo possibile».
Un libro appassionante nel quale Oliver Sacks ringrazia e dona al tempo stesso.

Caratteristiche del romanzo sociale

Il romanzo a sfondo sociale (altrimenti detto semplicemente romanzo sociale) si sviluppa nella prima metà dell'Ottocento ed è un genere di romanzo teso a evidenziare situazioni di sopruso e pregiudizio.
Si offre particolare risalto alla rappresentazione dei costumi della società che fa da sfondo alla vicenda narrata evidenziando, ponendo l'accento sui mali, le ingiustizie, le insopportabili condizioni di vita delle classi più svantaggiate.
Ambientata in un'epoca storica contemporanea a quella dell’autore, la vicenda narrata è per lo più caratterizzata da un intreccio denso di emotività.


Il romanzo sociale, nato nella prima metà dell’Ottocento con le opere dello scrittore francese Honoré de Balzac, che ne può essere considerato il creatore, e con quelle del famoso scrittore inglese Charles Dickens, ebbe larga diffusione anche nella seconda metà dell’Ottocento con le opere di Emile Zola e nel Novecento, in particolare con i romanzi di Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini e Paolo Volponi nei quali affiora chiaramente l’intento di denuncia politica e morale nei confronti di determinati fenomeni sociali.

Mente, cervello e connessioni sinaptiche

Pagine tratte dalla pubblicazione cartacea Vivacemente3.
Intervista al Prof. Marco Sassoè.

La capoeira come esperienza ottimale per il corpo e la mente

Nel 1624, la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali attaccò il Brasile portoghese e riuscì a conquistarne alcune zone costiere fondamentali per il commercio.
Approfittando della situazione, migliaia di schiavi africani si ribellarono ai padroni e fuggirono nelle foreste dell’entroterra brasiliano; lì, si organizzarono in villaggi indipendenti, detti “quilombos”. Sapendo di poter trovare rifugio in queste comunità, molti altri schiavi continuavano a fuggire. 
I portoghesi, quindi, si affrettarono a soffocare il fenomeno, ma le loro prime spedizioni fallirono: i fuggitivi, originari di di-sparati gruppi etnici africani, avevano amalgamato le proprie tradizionali forme di combattimento in una lotta tremenda. Un documento del 1624 recita: “Combattono usando calci e testate come fossero veri animali indomabili”. La capoeira era nata.
Per difendere quelle piccole oasi di libertà dei quilombos, generazioni di guerrieri capoeiristi si successero in una resistenza lunga ottant’anni. Poi, inevitabilmente, le armi da fuoco dell’esercito portoghese prevalsero; i ribelli furono uccisi o ricondotti in schiavitù, ed i quilombos, a poco a poco, soccombettero. La capoeira, però, sopravvisse, ed, anzi, si diffuse a macchia d’olio: infatti, i sopravvissuti dei quilombos, venduti come schiavi nelle piantagioni di tutto il Brasile, insegnarono la capoeira ai nuovi compagni, i quali apprendevano con entusiasmo ed ammirazione.
Sradicata, però, dall’originale condizione di libertà di cui godeva nei quilombos, la capoeira si modificò, arricchendosi di una serie di movimenti esornativi, di fatto superflui al combattimento vero e proprio, forse per mistificare la propria natura marziale e confondersi con una danza tribale agli occhi dei bianchi ignari. 
Così, gradualmente, essa si trasformò nel gioco rituale che oggi noi conosciamo.