venerdì 27 novembre 2015

Con Norman Cousins e Candace Pert nasce la PNEI

Da un punto di vista scientifico le prime conferme sul potere terapeutico delle emozioni positive arrivano, negli anni ‘70, con il caso del giornalista Norman Cousins, colpito nel 1964 alle ossa da una malattia di origine autoimmune (spondilite anchilosante) che gli creò gravi problemi nella deambulazione e in tutti i movimenti. Il giornalista, dopo le terapie somministrategli in ospedale, all’epoca essenzialmente a base di antidolorifici, decise di abbandonare le cure tradizionali e di tentare un approccio del tutto inusuale che prevedeva la somministrazione giornaliera di:
25 grammi al giorno di vitamina C, da assumere mediante flebo
3-4 ore di ilarità con la visione di film comici.
Guarì, inaspettatamente, dopo un anno.

Relazioni fra emozioni, mente e corpo
Dopo la guarigione di Norman Cousins e in particolar modo a partire dagli anni ’70, si portarono avanti molti studi sul rapporto non solo psicologico, ma anche biochimico tra emozioni, mente e corpo.
Questi studi hanno spiegato in maniera più articolata i meccanismi alla base della relazione tra i neurotrasmettitori e i neurorecettori che è stata definita del tipo chiave e serratura. Un sistema di comunicazioni in cui i neuropeptidi “parlano” e i recettori “ascoltano”.
La statunitense Candace Pert, neuroscienziata, biologa e farmacologa di fama internazionale, ritiene che questo sistema di comunicazioni sia fondamentale per la biochimica delle emozioni.
“Quando avremo dimostrato la misura in cui le emozioni (espresse tramite molecole neuropeptidi) influenzano il corpo – dice la studiosa – diventerà chiaro come esse possano rappresentare una chiave per
comprendere la malattia”.

mercoledì 20 maggio 2015

Il significato della malattia

Nelle medicine naturali il termine malattia viene sostituito da quello di squilibrio, che corrisponde meglio al concetto di mancato stato di benessere psico-fisico-sociale dell’individuo e della comunità. L’uomo è un sistema aperto e non può prescindere dall’interazione con altri sistemi e con l’ambiente circostante.
Non sono i sintomi a definire la malattia o, perlomeno, la loro importanza è relativa all’oggetto di quanto il corpo vuole comunicare, ma è la mancata armonia tra le parti costitutive dell’essere umano, che ha bisogno di comprendere se stesso e di essere compreso dal suo prossimo. L’esperienza terrena abbraccia la vita del singolo e altrettanto quella della comunità. La storia ci dimostra infatti che, accanto al percorso individuale della persona, esiste l’evoluzione spirituale dell’umanità, che  viene segnata dalla comparsa e la scomparsa di determinate malattie in epoche diverse. 

sabato 4 aprile 2015

Grafologia: interpretare la scrittura per capire noi stessi e gli altri

I segni della scrittura, se giustamente interpretati, possono aiutarci a capire meglio il carattere di una persona ed il suo stato d’animo. 
La dottrina che studia i segni della scrittura si chiama “grafologia”.
Scrivete alcune righe su un foglio bianco, usando una penna stilo o una sfera e poi firmate. Osservate attentamente la scrittura, prendendo in esame le caratteristiche qui presentate. Potete fare questo test su voi stessi o sui vostri amici. 

La pressione scrittoria, indica l’energia vitale. Una persona depressa e angosciata, avrà un segno debole, incerto, poco marcato (esempio 1). Al contrario una persona entusiasta e vitale avrà un tratto fermo con una certa pressione sul foglio che potrà lasciare un lieve segno nei fogli sottostanti.

La dimensione della scrittura detta “calibro della scrittura” indica la padronanza di se stessi. Una persona insicura e timida avrà un calibro di scrittura piccolo. Il calibro medio indica il giusto equilibrio, mentre un calibro eccessivamente grande (6mm per l’adulto) può indicare  un complesso di superiorità (magari conseguente a un complesso di inferiorità).
Una grafia tondeggiante indica estroversione ed apertura verso il prossimo. Una grafia eccessivamente angolosa e appuntita può indicare rigidità e durezza.

L’andamento ascendente della riga (la scrittura che tende a salire nel foglio come nell’esempio 2) indica ottimismo; mentre l’andamento discendente indica generalmente tendenza al pessimismo e alla depressione (esempio 1). Questo vale per le persone che hanno già acquisito una certa padronanza nello scrivere e non per i bambini sotto i dieci anni.

Anche la firma parla di noi

La firma può rivelare molto aspetti di una persona. Ad esempio chi firma nella parte destra dello foglio è una persona che guarda al futuro, mentre chi firma nella parte sinistra, fatica a rinnovarsi essendo molto ancorato al passato. Chi firma senza alterare la solita scrittura è una persona che si mostra per come è veramente, mentre chi usa una firma incomprensibile ed esageratamente ampollosa, cerca di apparire agli altri in modo diverso. Chi usa nelle proprie iniziali una lettera non ampollosa e addirittura minuscola è una persona che non tende a sopravvalutarsi con gli altri, ma che lascia trapelare le proprie qualità con modestia senza ostentarle (esempio 7). Chi firma usando prima il cognome e poi il nome dà molta importanza alla famiglia di provenienza.

Ogni scrittura si evolve con la maturità

Nella scuola elementare ci viene presentato un preciso modello scrittorio al quale ogni bambino cerca di attenersi il più possibile. Crescendo ed acquisendo una sempre maggiore dimestichezza con carta e  penna, la scrittura tende a diventare via via meno anonima acquistando caratteristiche proprie e spesso anche scostandosi dal modello scrittorio.
Si pensi ad esempio alla realizzazione delle lettere m e n. Molti ragazzi, crescendo tenderanno a scrivere in modo diverso (la n viene spesso scritta come una u), trasmettendo così caratteristiche di scioltezza e dinamicità. Altri ragazzi continueranno anche da adulti a scrivere la m e la n nel modo classico, sottolineando il loro bisogno di attenersi alle regole, senza trasgressioni. 

giovedì 19 marzo 2015

Il diritto a un cielo stellato

L’Unesco, nella sua Dichiarazione Universale dei Diritti delle Generazioni Future, nell'anno 2003, ha sancito che: “Le generazioni future hanno diritto a una Terra indenne e non contaminata, includendo anche il diritto a un cielo puro”. 
Questo riguarda non solo gli studiosi come gli astronomi, ma anche gli astrofili (amanti del cielo) e tutti noi.
Che cos’è l’inquinamento luminoso?
Per inquinamento luminoso si intende ogni forma di irradiazione di luce artificiale rivolta direttamente o indirettamente verso la volta celeste. Produce inquinamento luminoso sia l’immissione diretta di flusso luminoso verso l’alto (tramite apparecchi mal progettati, mal costruiti o mal posizionati), sia la diffusione di flusso luminoso riflesso da superfici e oggetti illuminati con intensità eccessive.
Il danno più immediato attribuibile all’inquinamento luminoso è l’effetto di “oscuramento” della visione notturna del cielo, come si può notare osservando la volta celeste che sovrasta le nostre città.
Con un cielo così “spento” i nostri avi non avrebbero scoperto nulla; invece gli antichi popoli d’oriente del primo millennio a. C. come Babilonesi e Greci posero le basi dell’astronomia proprio grazie al cielo limpido e nero, tramandando le loro conoscenze a Copernico, Keplero e Galileo.

martedì 24 febbraio 2015

Perché si sbadiglia?

Vignetta di Vince Ricotta
Lo sbadiglio, molto spesso accusato ingiustamente di essere sintomo di noia e disinteresse, in realtà è un modo per scaricare tensione, aiutare il corpo a rilassarsi e la mente a riattivarsi.


Si spalanca la bocca, si mostrano i denti e si emettono strani lamenti. Potrebbe apparire quasi un atto aggressivo (specialmente negli animali), in realtà la sua principale funzione è quella di apportare una grande quantità di ossigeno. È il riflesso di una profonda inalazione ed espirazione. Dura, mediamente, circa 6 secondi, attiva la circolazione e rilassa i muscoli. Questo stiramento risveglia la totalità del nostro essere e libera un po’ di tensione dal nostro corpo.

Le circostanze in cui si sbadiglia sono diverse. In parte è involontario, ma può essere anche volontario, è possibile indurlo e modularlo.

Generalmente si associa a stanchezza, superlavoro,  stress, mancanza di stimoli o noia.
Ma il motivo principale per cui si sbadiglia è legato alla possibilità di addormentarsi. Quando il sonno diventa un nemico da combattere, lo sbadiglio, contrariamente a quanto si pensa, aggredisce e avverte. È, quindi, un riflesso del nostro corpo per resistere alla fatica mentale e alla fame.
Per questo, è più frequente sbadigliare in ufficio o a scuola.
Aumentando la quantità di ossigeno nell’organismo, favorisce la circolazione e lo scambio respiratorio tra il corpo e l’ambiente. Attraverso lo sbadiglio inghiottiamo una gran quantità di aria in un solo colpo, arricchendo il nostro sangue e stimolando l’attività delle cellule, così da produrre energia che usiamo come carburante per compensare una carenza energetica.
Sbadigliare aiuta anche a lenire il dolore: l’aumento dell’ossigeno nel sangue distrae e le energie risparmiate si usano per produrre sostanze che il nostro organismo produce per calmare il dolore.
Lo sbadiglio è contagioso, ma su questo non si hanno spiegazioni scientifiche.
Potrebbe essere un comportamento di imitazione. Lo facciamo circa 220 mila volte nell’arco della vita. Sbadigliano tutti, anche gli animali: cani, gatti, topi, serpenti, pesci e uccelli.


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